ADHD: Concetti di Base
L’ADHD, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, è una condizione del neurosviluppo riconosciuta a livello scientifico e descritta nei principali sistemi diagnostici internazionali. Può influenzare il modo in cui una persona regola l’attenzione, il comportamento e le risposte agli stimoli, con manifestazioni che variano in base all’età, al contesto e alle caratteristiche individuali.
La diagnosi di ADHD richiede una valutazione approfondita da parte di professionisti qualificati, basata su criteri clinici condivisi, colloqui strutturati e sull’analisi del funzionamento della persona nel tempo e in diversi contesti di vita. Non si tratta di un processo automatico né di un’autovalutazione basata su singoli comportamenti.
Per questo motivo, le informazioni presenti in questa pagina hanno uno scopo esclusivamente informativo e divulgativo. Servono a creare un quadro di riferimento chiaro e affidabile, utile sia a chi cerca di comprendere meglio l’ADHD, sia a chi vive o lavora accanto a persone con questa condizione.

Definizione scientifica di ADHD
L’ADHD, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, è definito nei principali manuali diagnostici internazionali come una condizione del neurosviluppo caratterizzata da pattern persistenti di disattenzione e/o iperattività-impulsività, presenti in più contesti e associati a un impatto significativo sul funzionamento quotidiano.
Secondo il DSM-5-TR e l’ICD-11, l’ADHD:
- ha origine nello sviluppo neurologico
- non è una condizione acquisita in età adulta
- non dipende da scarsa intelligenza o mancanza di impegno
- si manifesta attraverso sintomi persistenti e pervasivi nel tempo
La definizione clinica si basa sulla durata, sulla pervasività e sull’impatto funzionale dei sintomi, non su episodi isolati di distrazione o irrequietezza, che possono far parte della normale esperienza umana.

Perché spesso l’ADHD non viene riconosciuto
L’ADHD è una delle condizioni del neurosviluppo più studiate, ma anche una delle più frequentemente sottodiagnosticate o fraintese. Questo avviene per diversi fattori che non riguardano la persona, ma il contesto culturale e sociale.
Bias culturali
Per molti anni l’ADHD è stato associato quasi esclusivamente all’infanzia e a comportamenti iperattivi evidenti. Questa visione ha reso meno riconoscibili le forme inattentive e le manifestazioni meno esterne, soprattutto negli adolescenti e negli adulti.
Contesti non ADHD-friendly
Scuola e lavoro sono spesso strutturati su:
- attenzione prolungata
- orari rigidi
- richieste organizzative lineari
- silenzio e controllo costante
Questi modelli rendono meno visibili le difficoltà reali e favoriscono interpretazioni legate al comportamento invece che al funzionamento cognitivo.
Stereotipi mediatici
Rappresentazioni semplificate o ironiche dell’ADHD, come l’idea che “tutti siano un po’ ADHD”, contribuiscono a banalizzare la condizione e a ridurne la credibilità clinica.
Compensazione e masking
Molte persone, soprattutto in età adulta e in particolare le donne, sviluppano strategie di compensazione che mascherano le difficoltà, rendendo l’ADHD meno evidente dall’esterno.
Le 3 presentazioni dell’ADHD
Le classificazioni cliniche distinguono tre presentazioni principali dell’ADHD. Queste non sono etichette rigide e possono modificarsi nel tempo.
Inattentiva
È caratterizzata principalmente da difficoltà nella regolazione dell’attenzione, nella gestione delle priorità e nell’organizzazione. I segni di iperattività motoria possono essere assenti o poco evidenti.
Iperattiva-Impulsiva
Prevede una maggiore difficoltà nel controllo degli impulsi e dell’attività motoria. L’iperattività può essere fisica o interna e non sempre si manifesta in modo evidente.

Componenti genetiche e neurobiologiche
Le ricerche indicano che l’ADHD ha una componente genetica significativa e coinvolge specifici meccanismi neurobiologici. In particolare, sono state osservate differenze nel funzionamento dei sistemi legati a:
- dopamina
- noradrenalina
- funzioni esecutive
Le aree cerebrali coinvolte sono associate alla regolazione dell’attenzione, del comportamento e della pianificazione. Le evidenze attuali descrivono ciò che è noto oggi, senza determinismi assoluti e senza implicare l’assenza di margini di adattamento.

ADHD come neurodivergenza
Il concetto di neurodivergenza descrive la naturale variabilità del funzionamento neurologico umano. In questa prospettiva, l’ADHD non viene interpretato come un difetto morale o una mancanza personale, ma come una variazione neurologica rispetto a ciò che viene considerato “tipico”.
Esistono due principali cornici interpretative:
- il modello medico, che si concentra sulla diagnosi e sull’impatto funzionale
- il modello della neurodiversità, che riconosce la differenza neurologica senza negare le difficoltà reali
Nel contesto scientifico attuale, queste due prospettive non sono necessariamente in opposizione, ma possono coesistere, offrendo una comprensione più completa e meno stigmatizzante dell’ADHD.
Miti da sfatare
L’ADHD sparisce crescendo
In molti casi i sintomi cambiano forma, ma la condizione può persistere anche in età adulta.
Chi ha ADHD non riesce mai a concentrarsi
La difficoltà riguarda la regolazione dell’attenzione, non la sua totale assenza.
L’ADHD riguarda solo i bambini
È una condizione che può accompagnare l’intero arco di vita.
I farmaci cambiano la personalità
I trattamenti, quando presenti, mirano a modulare specifici processi neurochimici, non a modificare l’identità della persona.
L’ADHD è causato da cattive abitudini
Non esistono evidenze che colleghino l’ADHD a stili educativi o scelte individuali.
Differenze tra età
Bambini
Manifestazioni più osservabili a livello comportamentale, soprattutto in contesti strutturati come la scuola.
Sai che siamo presenti su TikTok?
MentiVeloci è un progetto totalmente gratuito e puoi trovare i video sui nostri canali Tiktok, Instagram e Facebook.